Il Presidente di molti

di Paolo Speciale

Nel segno della continuità. Rimane al suo posto Sergio Mattarella, nel  rispetto di una tradizione tutta italiana ancora una volta ingiustamente e solo apparentemente condannata, che si ispira, nonostante il malcelato desiderio di cambiamento,  ad un prudenziale e diffuso conservatorismo, specie in “momenti di particolari emergenze come quella sanitaria, economica, sociale” (cit. Sergio Mattarella del 29 Gennaio 2022).

Il  Presidente tecnico-politico non lascia il Colle per il prossimo settennato e nessuno, a questo punto, osi ipotizzare un mandato a tempo coincidente con la durata della attuale legislatura.

E’ il Presidente di molti, anche e soprattutto di chi ha tentato o sperato di restituirlo alle sue passioni, prima fra tutte lo studio – inesauribile ed appassionato – delle essenze costituzionali relate al diritto pubblico.

Va evidenziato che, ancora più che con Napolitano, il travagliato iter percorso per giungere a questa imponente intesa parlamentare ha apportato, sull’onda emozionale e popolare  che pure deve avere il suo peso, un connotazione troppo “politica” a questo importante evento che, sul piano teoretico ed anche filosofico che riguarda la nostra Costituzione, risulta impropria, inadeguata e dannosa.

Per chiarire meglio il concetto che si vuole esprimere, occorre rilevare che da sempre – lo vediamo già dalla distinzione strutturale e naturale delle leggi costituzionali da quelle ordinarie -, si sottolinea l’esigenza di connotare e distinguere opportunamente le varie funzioni una dall’altra, in particolare qui richiamando l’attenzione su quella cosiddetta di “indirizzo politico” – tra l’altro oggetto della tesi di laurea del nostro Presidente nell’ormai lontano 1964 – che, come è noto spetta al Governo.

L’impressione che di fatto lascia perplessi  è che, più o meno consapevolmente, si proceda sempre più verso una sorta di radicalizzazione ed impropria esaltazione dei consensi a livello popolare, anche  con l’incoraggiamento operato dalla piattaforma Rousseau, che nella sua focosità ha finito per travolgere anche la figura del Presidente della Repubblica; esaltazione legittima e perfettamente purché istituita ed attiva in ambito delle quinquennali elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento ma che dovrebbe attenere solo ad esse stesse elezioni, nella logica della democrazia “rappresentativa” che prevede e norma anche l’altra, quella “diretta”, in quanto  attuabile in particolari e limitati casi.

Ora, da anni ormai si dibatte sulla opportunità di eleggere il Capo dello Stato con suffragio diretto e popolare.

E ciò senza mai citare le riforme “a latere” necessarie, in una concezione del nostro ordinamento che non è nemmeno definibile populistica, poiché anzi, “sic stantibus rebus” comporterebbe un vero e proprio stravolgimento dello spirito e del significato voluto dai Padri Costituenti.

Per favore, non dimentichiamolo. Perché mantenere gli equilibri interni e la sinergia costruttiva degli Organi Costituzionali che attengono ai poteri  fondamentali dello Stato ed alla loro indipendenza reciproca non è cosa facile o di poco conto e non è solo una questione di maggioranza o di minoranza.

Il Capo dello Stato, custode della nostra Magna Charta è anche e soprattutto rappresentante dell’unità nazionale, laddove per unità deve intendersi la conciliazione, spesso difficile, del rapporto notoriamente e diffusamente conflittuale del cittadino con le Istituzioni; e i cittadini sono opportunamente già rappresentati dai Parlamentari eletti – loro sì – con suffragio universale.

Anche ciò ha portato inequivocabilmente  – ne è prova eloquente la sua cosiddetta “irresponsabilità” – la figura del Presidente della Repubblica a non rispondere del suo operato, in forza della sua collocazione in una sorta di “nicchia costituzionale” paragonabile in Europa solo al Monarca Inglese.  

Si tratta infatti di una Istituzione complessa, per il concepimento della quale è stato eseguito uno studio a tutt’oggi degno del massimo rispetto, ammirazione e considerazione, di certo non liquidabile con una improvvisata elezione diretta o con l’avvento, tout court, di una Repubblica Presidenziale.

Basti pensare alla preziosa esclusività di un ordinamento democratico, quale è il nostro,  in cui il Presidente della Repubblica, se non in caso di messa in stato di accusa in rarissimi gravi presunti casi di violazione della Costituzione o di alto tradimento, non risponde in alcun modo del suo operato neanche al Parlamento, da cui viene eletto.

In tale dimensione, per  l’inquilino di turno del Quirinale, quello con  la politica contingente, che riguarda l’”indirizzo” perseguito dall’Esecutivo in carica e dal Parlamento insieme alle sue funzione di legiferazione e di controllo, è un contatto necessario ma non caratterizzante della sua natura super partes.

 Ed è questo che rende la sua immagine ed il suo ruolo pressoché unici, sia in diritto pubblico che in geografia politica.

Ed è da qui che possiamo invece tutt’al più considerare  più attendibile e realistica, nonché meno traumatica e prudente oltre che realizzabile in tempi più brevi, non già l’elezione diretta a suffragio universale del Presidente del Consiglio dei  Ministri, quanto l’indicazione dello stesso tramite elezioni comuni a quelle del rinnovo delle Camere e con prevista successiva nomina del Premier scelto ad opera del Capo dello Stato.

In buona sostanza, si vuole qui rilevare la stretta ed indiscussa correlazione invocabile, senza scandalizzare alcuno, tra il suffragio popolare ed il Governo, e ciò in forza della funzione di indirizzo politico svolta dal Premier e dai ministri, che ben può conciliarsi – come nel caso anche del Parlamento – con la volontà popolare.

Per dare il giusto spazio ad un sano campanilismo territoriale, sapere che un figlio della nostra terra con la sua eleganza, la sua umiltà, il suo spirito di servizio, la sua straordinaria competenza istituzionale esprimerà  al meglio nei prossimi sette anni la nostra unità nazionale ci inorgoglisce non poco.

E’ questo che fa di Sergio Mattarella il Presidente “ di molti” ed è già tanto, va bene così.

Paolo Speciale

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