Ci sono numeri che non consolano. Che non rassicurano. Che semmai spostano il problema su un piano più profondo, dove le statistiche diventano l’anticamera di una domanda che non si può evitare. Nel 2025, secondo il report della Polizia postale «Tracce digitali, vittime reali», sono stati trattati 2.623 casi legati allo sfruttamento sessuale dei minori online. Oltre mille perquisizioni. 224 arresti. Quasi 3.000 siti oscurati. 434 casi di adescamento, concentrati nella fascia tra i 10 e i 16 anni. 223 episodi di sextortion, con una percentuale che colpisce: il 91% dei casi riguarda minori maschi.
Non è la cronaca di un’emergenza. È la radiografia di un ecosistema. E dentro quell’ecosistema, qualcosa è cambiato in modo strutturale. L’intelligenza artificiale generativa non è più uno strumento del futuro prossimo, è infrastruttura del presente, accessibile, scalabile, a bassa soglia di accesso. Questo cambia il profilo del rischio in modo che le categorie tradizionali di tutela faticano a contenere.
Ivano Gabrielli, direttore del Servizio Polizia postale e per la sicurezza cibernetica, lo dice senza perifrasi: i minori possono essere vittime di adescamento o indotti a produrre immagini intime, con conseguenze rilevanti sul piano psicologico e relazionale. Ma la novità, e qui sta il salto, è che l’Ai viene utilizzata per simulare identità digitali, automatizzare conversazioni, costruire relazioni artificiali che risultano credibili. L’adescamento non è più un atto umano diretto. È diventato, in alcuni casi, una strategia tecnologica.
Il report segnala l’emersione di materiale di abuso generato con intelligenza artificiale. Non come scenario ipotetico. Come realtà investigativa già in atto.
C’è poi una questione normativa che passa quasi inosservata nel dibattito pubblico. Il 3 aprile 2026 è scaduto il Regolamento europeo 2021/1232, lo strumento che consentiva alle piattaforme di segnalare automaticamente contenuti illeciti legati allo sfruttamento minorile. La sua scadenza ha aperto una zona grigia: meno segnalazioni automatiche, più difficoltà di monitoraggio, maggiore dipendenza dalle indagini sotto copertura. In parallelo cresce l’uso di sistemi di anonimizzazione, ambienti del dark web, piattaforme decentralizzate. Più tecnologia, meno visibilità.
Heidegger avrebbe detto che la tecnica rivela e nasconde allo stesso tempo. Qui il meccanismo è tutto: gli stessi strumenti che rendono possibile la connessione rendono possibile anche la predazione, e spesso con gli stessi gesti… uno swipe, un click, un messaggio.
La risposta non può essere solo repressiva. Dire «non parlare con gli sconosciuti» appartiene a un mondo in cui lo sconosciuto aveva una faccia. Oggi può avere la voce di un coetaneo, le abitudini di un amico, la pazienza di un algoritmo. L’asimmetria tra chi produce questi strumenti e chi li subisce, spesso un adolescente di dodici anni con uno smartphone, è abissale.
Serve alfabetizzazione digitale. Ma anche qualcosa di più difficile da insegnare: alfabetizzazione emotiva, capacità di riconoscere la manipolazione quando indossa la maschera della vicinanza. Il punto non è la tecnologia. È la distanza tra chi la governa e chi ci vive dentro.
