C’è un punto che il dibattito sull’equo compenso spesso sfiora soltanto, quasi con timore. Pagare meglio i giornalisti è giusto. Ma non basta. Perché un settore può anche ottenere norme più avanzate, tabelle più dignitose, tutele più solide. Se però il modello economico dell’informazione continua a sgretolarsi, il rischio concreto è che si distribuisca equamente la povertà.
La notizia dell’incontro tra il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e il ministro Nordio apre una questione enorme. Sacrosanta la battaglia per riconoscere un compenso dignitoso ai freelance e ai collaboratori. Era diventato quasi normale pagare un articolo meno di una pizza. E quando il lavoro intellettuale viene svalutato in quel modo, non si impoverisce soltanto il giornalista. Si impoverisce la qualità democratica del Paese.
Però bisogna avere il coraggio di allargare lo sguardo.
Il vero problema è che l’intero ecosistema dell’informazione è entrato in una mutazione profonda. La pubblicità si è spostata sulle piattaforme. I motori di ricerca e i social hanno intercettato attenzione, dati e ricavi. L’intelligenza artificiale rischia di diventare il passaggio successivo: usare i contenuti dei giornali senza riportare traffico ai giornali stessi. E allora la domanda diventa inevitabile. Chi paga il costo del pluralismo?
Per anni abbiamo raccontato il mercato come una sorta di selezione naturale. Sopravvive chi è forte, innovativo, veloce. Ma l’informazione non è un semplice mercato. Un panificio che chiude è un problema economico. Un giornale che chiude è anche un problema democratico. Meno voci significa meno controllo sul potere, meno capacità di raccontare i territori, meno strumenti critici per i cittadini.
E qui si apre un tema quasi tabù in Italia: l’aiuto pubblico all’informazione. Tema delicatissimo. Nessuno vuole giornali dipendenti dal governo di turno. Ma bisogna smettere di fingere che il pluralismo possa reggersi sugli algoritmi pubblicitari delle Big Tech o sugli abbonamenti in territori economicamente fragili.
Forse dovremmo iniziare a discutere seriamente di nuovi modelli di sostegno, trasparenti, verificabili, indipendenti dalla politica. Non contributi distribuiti come elemosine o reti clientelari. Strumenti strutturali: crediti fiscali, incentivi agli abbonamenti, fondi per il giornalismo locale, sostegno all’innovazione editoriale, redistribuzione del valore generato dalle piattaforme digitali che usano contenuti giornalistici senza pagarne il costo reale.
Perché il punto centrale è questo. Il giornalismo non produce soltanto contenuti. Produce cittadinanza. Produce memoria collettiva. Produce anticorpi democratici.
L’equo compenso è necessario. Ma il vero dibattito dovrebbe essere più radicale: quanto vale, per una democrazia, avere un’informazione libera, plurale e sostenibile?
Spero si torni presto a discutere, senza ipocrisie ideologiche, di politiche pubbliche a sostegno dell’informazione, di strumenti strutturali per garantire l’autonomia economica delle redazioni e la sopravvivenza del pluralismo editoriale. Perché il pluralismo non è un costo improduttivo: è un’infrastruttura democratica. E una democrazia che smette di investire nella qualità e nella pluralità dell’informazione finisce inevitabilmente per pagare un prezzo molto più alto in termini di disinformazione, polarizzazione e fragilità istituzionale.

