L’intelligenza artificiale non sta cambiando soltanto il mercato del lavoro. Sta cambiando, forse ancora più profondamente, l’immaginario di chi quel lavoro deve ancora iniziare. È questo il cuore della riflessione emersa in un video pubblicato su TikTok da Benedetta: la paura che alcuni percorsi di studio possano improvvisamente perdere valore davanti all’avanzata dell’AI.

Dal diritto alla comunicazione, passando per il marketing, la grafica, il giornalismo, la traduzione e persino alcuni segmenti della programmazione informatica, cresce tra gli studenti una domanda silenziosa ma potentissima: «Sto studiando per un lavoro che esisterà ancora?».

Nel video, Benedetta racconta con tono diretto e personale il senso di smarrimento di una generazione cresciuta con l’idea che laurea e competenze specialistiche fossero una garanzia di stabilità. Oggi, invece, molti ragazzi osservano chatbot, generatori di immagini, strumenti di scrittura automatica e software sempre più evoluti con un misto di fascinazione e inquietudine.

Alcuni passaggi del video insistono proprio su questo cambiamento psicologico: non la sostituzione immediata dei lavoratori, ma la percezione che il valore umano rischi di essere compresso dentro logiche di produttività automatizzata. In sostanza, il timore non è soltanto «perdere il lavoro», ma sentirsi improvvisamente “replicabili”.

Ed è qui che emerge uno dei grandi equivoci del dibattito contemporaneo. Perché mentre l’AI automatizza attività ripetitive, accelera processi e riduce tempi, continua però ad avere enormi limiti nelle relazioni umane, nella creatività autentica, nell’interpretazione culturale e nella gestione dell’imprevisto. Elementi che restano centrali in professioni apparentemente minacciate.

Il problema, dunque, non sembra essere la scomparsa totale dei lavori, ma la loro trasformazione radicale. Un giornalista dovrà probabilmente imparare a lavorare insieme agli strumenti di AI. Un avvocato dovrà usare sistemi predittivi e analitici. Un creativo dovrà distinguersi non per la semplice esecuzione tecnica, ma per visione, sensibilità e capacità narrativa.

Nel frattempo, però, il disagio generazionale cresce. E i social stanno diventando il luogo dove questa ansia collettiva prende forma. TikTok, in particolare, si è trasformato in una sorta di diario pubblico della precarietà emotiva della Generazione Z: video brevi, confessioni dirette, dubbi sul futuro e una domanda ricorrente che ritorna sotto ogni contenuto dedicato all’AI: «Ha ancora senso studiare questo?».

È una domanda che scuote università, aziende e perfino il mondo della formazione. Perché se gli studenti iniziano a scegliere il proprio futuro soltanto in funzione di ciò che “non verrà sostituito”, il rischio è quello di costruire una società dominata dalla paura più che dalla vocazione. E forse il punto più importante non è capire quali lavori spariranno davvero. Ma comprendere quanto profondamente l’intelligenza artificiale stia già modificando il rapporto tra i giovani, il talento e l’idea stessa di futuro.

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