Ogni volta che si prova a stabilire quale mezzo di informazione sia «più importante» di un altro si commette, a mio avviso, un errore concettuale. È un po’ come chiedersi se sia più utile una biblioteca o una scuola, una piazza o un teatro. Sono strumenti diversi, con funzioni diverse ma che contribuiscono tutti alla formazione di una società informata e democratica.

Mi sembra opportuno tornare su un dibattito che forse si è spento prima del dovuto. Da una parte Salvini, dall’altra la Fieg.

«I dati Agicom ci dicono che nel giorno medio, purtroppo aggiungo, tutti i giornali di tutta Italia messi insieme non arrivano al milione e mezzo di copie fra carta e digitale. Le radio e le tv locali arrivano a 4 o 5 volte tanto». Lo ha detto il leader della Lega Matteo Salvini al convegno «Le voci del territorio: sfide, opportunità e prospettive delle emittenti radiotelevisive locali», lo scorso 25 maggio a Roma.

Alla dichiarazione di Salvini è seguita la presa di posizione della Fieg. «Paragonare le copie cartacee ai contatti complessivi di radio e televisioni come fa Salvini equivale – ha detto il Presidente della Fieg Andrea Riffeser Monti. – a confrontare pere con mele: sono metriche diverse, riferite a consumi mediatici differenti e non sovrapponibili. Nessuno valuterebbe oggi la forza della televisione o quella della radio contando gli apparecchi venduti».

Mettere in competizione giornali, televisioni, radio e web sulla base di numeri che poi, dichiamocelo chiaramente, misurano cose differenti è abbastanza inutile e controproducente. Ogni mezzo raggiunge il pubblico in modo diverso e risponde a esigenze differenti. La radio accompagna, la televisione mostra, il web aggiorna in tempo reale, la stampa approfondisce.

Lo scrivo da persona che oggi lavora prevalentemente sul digitale e che conosce bene la velocità, la potenza e l’immediatezza dell’informazione online (aspetto difficile da comprendere anche per alcuni addetti ai lavori).

Continuo a considerare prezioso il ruolo della carta stampata, o della sua evoluzione digitale. In quelle pagine esiste ancora qualcosa che il flusso continuo dei social e delle notizie online fatica a garantire: una gerarchia delle informazioni costruita con criterio editoriale.

Aprire un giornale significa entrare in un percorso pensato da una redazione, da un collettivo. Le notizie non sono disposte in base agli algoritmi, alle emozioni del momento o alle preferenze individuali, ma secondo una valutazione professionale della loro rilevanza. È un esercizio che educa il lettore a guardare oltre i propri interessi immediati e a confrontarsi con ciò che accade nel mondo.

La stampa offre inoltre tempo e spazio per l’approfondimento. Consente di collegare i fatti, contestualizzarli, comprenderne le conseguenze. Permette di essere consapevoli. In un’epoca in cui l’attenzione è sempre più frammentata, rappresenta uno degli ultimi luoghi in cui il pensiero critico può trovare un ambiente favorevole.

Questo non significa contrapporre la carta al digitale. Al contrario. Il futuro dell’informazione sta probabilmente nella capacità di integrare linguaggi e piattaforme diverse. Ma proprio perché ogni mezzo svolge una funzione specifica, sarebbe auspicabile evitare classifiche e confronti che finiscono per impoverire il dibattito. L’obiettivo non dovrebbe essere decidere quale media meriti di sopravvivere, ma garantire che possano continuare a esistere tutti gli strumenti che contribuiscono alla qualità dell’informazione. Perché una democrazia matura non ha bisogno di meno voci: ha bisogno di voci diverse, autorevoli e complementari.

Di Giovanni Villino

Direttore responsabile di Redat24.com

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