Scorrendo in questa lenta domenica il feed di Linkedin mi imbatto in una condivisione del professore Rosario Faraci. È l’ultimo numero della newsletter del SicilianPost, un progetto editoriale del grande Giorgio Romeo (che spero un giorno di potere incontrare, il fato è stato finora avverso). Torniamo alla newsletter. Mi soffermo su un titolo:
Il giornalismo resisterà all’IA: «Ma solo se gli editori saranno disposti a fare una grande alleanza»
Nell’articolo a firma di Enrico Fisichella si parte da una domanda:
Riuscirà il giornalismo a sopravvivere all’intelligenza artificiale generativa?
È la stessa domanda che si pone Madhav Chinnappa, già capo del News Ecosystem di Google, oggi ricercatore al Reuters Institute di Oxford. Chinnappa è intervenuto nella seconda giornata del workshop internazionale “Il giornalismo che verrà”, targato Fondazione del Giornalismo Mediterraneo.
La risposta alla domanda è netta: sì, ma a certe condizioni. E qui si apre il problema.
L’IA viene definita come «un pericolo esistenziale per il giornalismo», cioè per «quella forma più complessa, matura e codificata con cui le società industrializzate producono, consumano e si scambiano informazioni da più di 200 anni». Il punto di partenza è condivisibile.
«Per anni il mercato dell’editoria si è fondato sul traffico web: gli editori permettevano ai motori di ricerca di indicizzare i loro prodotti in cambio di traffico e visibilità». Oggi «questo scambio di valore è venuto meno». L’utente «interagisce con interfacce chat che forniscono risposte dirette», e la navigazione diventa secondaria.
Questa riflessione arriva a pochi giorni dalla pubblicazione di un episodio del mio podcast. Il titolo è chiaro:
Il giornalismo senza clic: chi resta in piedi?
Nell’articolo del Sicilian Post si legge che «googlare sarà presto antiquato come un fax». Io mi chiedo: ma siamo certi che la ricerca sia destinata a scomparire? O, molto più semplicemente, sta solo cambiando forma? Siamo in mezzo a quel processo. Le stesse interfacce conversazionali (vedi AI Overview) stanno reintroducendo fonti e collegamenti perché, al di là della disputa con gli editori, senza verificabilità l’informazione perde comunque credibilità (wikipedia docet). Il problema non è la fine della ricerca. È la perdita di visibilità delle fonti.
La Nato delle news
E arrivo al punto che più mi ha colpito. Per rispondere a questa crisi, Chinnappa propone «la creazione cioè di una Nato per le notizie», definita «la meno peggiore tra le opzioni disponibili, ma forse l’unica». L’idea anche in questo caso è chiara: superare la competizione e costruire una coalizione globale per negoziare con le piattaforme. Ma è proprio qui che, secondo me, vengono fuori delle contraddizioni.
Al netto di un nome non proprio fortunato, visti i tempi che corrono… Ma davvero riusciamo a immaginare un’alleanza tra editori con lo scopo di negoziare condizioni economiche che vadano a tutelare tanto gli interessi di un grande gruppo editoriale internazionale, quanto quelli di una testata locale? Penso alla concorrenza, alla regolazione. Il rischio concreto è che una struttura nata per riequilibrare il sistema finisca poi per rafforzare chi è già forte.
Quel passaggio invisibile
Il cuore della proposta, se ho ben compreso, è lo spostamento «dal copyright alla licenza di accesso». Non più il singolo articolo, ma «il servizio di accesso continuo e tecnico ai dati attraverso l’API». È un passaggio centrale, anzi è quello che più di tutti pesa sul futuro dell’informazione. Sì, perché significa una cosa molto concreta: il contenuto non è più destinato al lettore ma alla macchina. Viene fornito, rielaborato e redistribuito… altrove senza passaggio dal sito. Il giornalismo rischia così di trasformarsi in un fornitore di dati. Invisibile. Intercambiabile. Valutato non tanto per il suo impatto quanto per il suo utilizzo.
Il nodo che mi tocca da vicino
Chinnappa prova a rispondere a una critica prevedibile: le realtà locali rischiano di essere schiacciate. La risposta è che il sistema potrebbe premiarle, grazie a un meccanismo di micro-transazioni legate al “grounding”.
«Se un utente pone una domanda specifica su Catania o sulla Sicilia e il Sicilian Post è l’unico ad avere la risposta, il Sicilian Post riceverà un beneficio economico».
In teoria tutto molto bello… ma nella pratica tutto molto fragile.
Pongo alcune domande, forse banali e in parte superate: chi misura quell’utilizzo? Con quali criteri? Con quale trasparenza? Ma, soprattutto, chiedo: quel beneficio economico compensa la perdita di relazione diretta con il lettore?
Mi occupo per il Giornale di Sicilia del sito, Gds.it, e lì tocchi con mano che il valore dell’informazione locale non risiede solo nel dato che produce, nell’articolo, nel reportage, nella notizia… ma è anche, e forse soprattutto, nella fiducia che costruisce con il proprio lettore, con il territorio. Se il brand scompare dietro una risposta generata, quella fiducia non si trasferisce.
C’è poi un fatto che mi appare paradossale: controllare chi ti paga. Sì, perché se andiamo a leggere un altro passaggio dell’articolo, si riconosce al giornalismo «il compito vitale di chiedere trasparenza sugli algoritmi e sui dati di addestramento» e di agire come «contrappeso critico al potere tecnologico». Ma qui si apre una frattura evidente: come può il giornalismo essere un controllore indipendente se la sua sostenibilità economica dipende da accordi con le stesse piattaforme che dovrebbe controllare?
Il limite di tutta questa impostazione è che si resta dentro quello stesso schema che ha prodotto la crisi: la dipendenza dalle piattaforme. Invece di pensare a negoziare, dovremmo costruire una alternativa partendo da un solo motto: dipendere meno. Sì, dipendere meno dalle piattaforme. E questo lo si fa ricostruendo un rapporto diretto con i lettori attraverso la fiducia. E, quindi, creare comunità. E solo dopo discutere di abbonamenti. Significa passare da una logica di traffico a una logica di relazione.
Oggi stiamo ad aspettare che gli algoritmi concedano visibilità ai contenuti che abbiamo distribuito. Dobbiamo, invece, ripensare la nostra presenza nell’ecosistema informativo. Niente di nuovo quindi se non il tornare al punto di origine del nostro mestiere, quello che lo stesso Chinnappa richiama: «la curiosità sul mondo, la capacità di andare sul campo per indagare, bussare alle porte delle persone». L’intelligenza artificiale può cambiare tutto. Ma non può sostituire questo.
Altro che morire, qui il rischio vero per il giornalismo è che diventi invisibile.
