C’è un aspetto, nelle contestazioni della Commissione europea a Meta, che vale la pena isolare dal resto: quello delle regole violate. Perché, probabilmente, non funzionano così come non funziona il sistema.
Andiamo alla notizia diffusa oggi. Nel mirino ci sono Instagram e Facebook. L’accusa è che Meta non abbia identificato, valutato e mitigato i rischi legati all’accesso degli under 13. Una soglia che esiste sulla carta. Ma sulla carta soltanto. Nella pratica è aggirabile. E chiunque può verificarlo.
Allora la domanda vera è un’altra: serve davvero una multa, anche salatissima visto che parliamo di un importa che può arrivare fino al 6% del fatturato globale? Pensiamo che così si possar risolvere qualcosa che non è un’infrazione ma una frattura?
Il Digital Services Act nasce con ambizioni da statuto costituzionale della Rete: responsabilizzare le piattaforme, imporre trasparenza, arginare i rischi sistemici. Parole giuste. Ma quando si entra nel territorio dei minori, le parole giuste non bastano. Perché il problema non è normativo. È antropologico. È culturale. È, alla radice, tecnologico.
Le piattaforme lo sanno meglio di chiunque altro. Potrebbero rafforzare i controlli, affinare la verifica dell’età, addomesticare gli algoritmi. Ma si scontrano con un limite che nessuna policy può superare: l’identità digitale è manipolabile con la stessa facilità con cui si cambia una foto profilo. Un’età si corregge in dieci secondi. E nessuna piattaforma può garantire l’impossibile.
Quindi la responsabilità si sparge, come sempre accade quando nessuno vuole tenerla davvero. Le aziende hanno costruito ecosistemi progettati per catturare l’attenzione, non per selezionarla. Le istituzioni arrivano tardi, quando l’architettura è già eretta e abitata da milioni di persone. Le famiglie restano sole, equipaggiate con gli stessi strumenti di dieci anni fa, davanti a piattaforme che cambiano ogni sei mesi.
In questo schema, la sanzione rischia di diventare quello che i politici amano di più: un gesto. Visibile, immediato, fotografabile. E sostanzialmente inefficace.
Perché il nodo non è impedire l’accesso agli under 13, un obiettivo già fallito ogni giorno, in ogni casa. Il nodo è capire cosa succede dopo. Cosa vedono, questi ragazzini che hanno mentito sulla data di nascita e sono entrati lo stesso. Che contenuti assorbono. Che idea si costruiscono di sé stessi, degli altri, del mondo. Che relazione instaurano con l’attenzione, la propria, quella degli altri in ambienti progettati, per renderla merce.
A queste domande una multa non risponde.
Servirebbe altro. Educazione digitale vera nelle scuole, non un’ora opzionale in terza media. Strumenti reali per i genitori, non Faq sepolte in un sito istituzionale. E soprattutto un cambio di paradigma sulle piattaforme stesse: smettere di fingere che siano spazi neutri e riconoscere che chi costruisce un ambiente in cui milioni di minori trascorrono ore ogni giorno si assume una responsabilità editoriale, che lo dichiari o meno.
Il paradosso europeo è tutto qui: si vuole che le piattaforme siano libere e insieme responsabili. Neutrali e insieme etiche. È una contraddizione che la politica ha finora lasciato irrisolta, scaricandola sulle aule dei tribunali e sulle tabelle delle sanzioni. Non regge. Non reggerà. Le multe servono come segnale, come deterrente, come misura minima di civiltà giuridica (non dimentichiamo mai questo aspetto). Ma da sole raccontano solo metà della storia. L’altra metà riguarda una scelta che l’Europa non ha ancora fatto: che tipo di spazio digitale vogliamo consegnare ai nostri figli. E se siamo disposti, davvero, a prendercene cura…
