Dal Covid alla guerra in Ucraina, per i tg… crisi scaccia crisi?

Il Rapporto dell’Osservatorio Tg Eurispes-CoRiS Sapienza analizza gli ultimi mesi del monopolio informativo da Covid-19, e i primi mesi della crisi successiva, quella che riguarda il conflitto russo-ucraino. Il periodo osservato è dunque quello che va da settembre 2021 a maggio 2022.

Con l’invasione russa, si assiste, dal 24 febbraio, al ritorno di una narrazione totalizzante dell’informazione di prime time, affine a quella che aveva caratterizzato i primi mesi del 2020 in riferimento al Covid-19. L’analisi del coverage informativo del mainstream italiano nei mesi di febbraio e marzo 2022 ci dà dunque l’occasione di osservare un inedito cambiamento, da uno stato di emergenza all’altro. Lo spazio agli aggiornamenti sulla diffusione del contagio e al dibattito sulle misure per il suo contenimento, che negli ultimi mesi del 2021 aveva occupato in media il 32,5% del repertorio dei titoli dei sette Tg nazionali presi in considerazione, e che nel mese di gennaio aveva ripreso ulteriormente forza sulla scorta delle polemiche sul green pass, arrivando a coprire il 44,5% del repertorio, viene finalmente compresso in una logica “crisi scaccia crisi”. Il peso delle linee narrative Covid-related, dunque, si riduce nel mese di febbraio, scendendo al 29,5% del repertorio dei titoli, per poi dissiparsi in marzo, fermandosi al 13,6%: ossia meno di 1 titolo su 8.

Parallelamente, l’attenzione per la crisi russo-ucraina opera una monopolizzazione del panorama informativo con una virulenza quasi pari a quella che due anni fa riguardò l’esplosione del tema Covid: se il coverage dedicato all’inasprirsi della crisi e alle reazioni europee e statunitensi copre il 30,5% del repertorio dei titoli nel mese di febbraio, l’articolato racconto della guerra, dalle cronache sul campo alle possibili conseguenze sullo scacchiere internazionale, arriva a coprire il 70,7% del repertorio.

Il confronto

Da un confronto tra il marzo 2020 e quello del 2022 emerge una sostanziale equivalenza in termini di spazi, aperture e toni. Tra il panorama dell’informazione assorbita dal conflitto e quella Covid-related emergono tuttavia marcate differenze, a cominciare dagli ascolti: l’orrore della guerra in Ucraina non tiene incollate agli schermi le stesse platee che nel 2020 si erano trovate giocoforza bloccate a casa per via del lockdown e del coprifuoco, e già dopo tre settimane l’audience guadagnata dal prime time all’inizio del conflitto comincia a dissiparsi.

Se nel marzo del 2020 il coprifuoco aveva portato di fronte agli schermi una media di 24,4 milioni di telespettatori, le fasi più calde del conflitto ne hanno radunati appena 17,8 milioni: una differenza di quasi 7 milioni. Dal confronto con le edizioni del marzo 2020 emerge inoltre un’altra differenza: il primo mese della pandemia a prevalere era stata la “parola”, ossia la ricerca di linee guida che permettessero di orientarsi nella drammatica ed insidiosa fase iniziale della diffusione del contagio. Per la guerra in Ucraina, invece, i Tg hanno più volte riproposto, quasi senza filtri, le riprese e le testimonianze dirette, con i rumori delle esplosioni, le grida degli sfollati, servendosene spesso come elemento d’apertura di edizioni e servizi, quasi a voler catapultare il pubblico nel mezzo della scena. 

Le testimonianze

L’innegabile efficacia di queste testimonianze ha portato alcune testate a modificare la struttura delle proprie edizioni, presentandosi come quotidiane “edizioni speciali” dedicate al conflitto. È il caso di Tg4, che dall’inizio dell’invasione ha sempre dedicato, per tutto marzo, titolo unico alla guerra, scandendo giorno per giorno l’evolversi degli scontri e lasciando, alla fine dei titoli, due o tre minuti di collage con scene dai filmati raccolti in giornata. Lo stesso ha fatto anche l’ammiraglia Rai, che durante le prime 3 settimane dell’invasione ha sostituito ad una tradizionale titolazione la proposta di immagini non edulcorate, accompagnate in sovraimpressione da scarne descrizioni. Titolo unico quasi tutti i giorni anche per Tg La7, che però non ha affatto rinunciato alla mediazione della parola. Com’era accaduto anche durante i primi mesi del Covid-19, l’intera rete di La7 ha adattato la propria programmazione per seguire lo svolgimento del conflitto, rendendo il Tg di Mentana un momento di riepilogo rispetto agli eventi già discussi in diretta nel corso dell’intera giornata.

Gli ascolti nel prime time

In termini di audience, il semestre precedente all’invasione dell’Ucraina presenta un sostanziale riallineamento con i valori di pubblico caratterizzanti il periodo pre-Covid. Da un confronto tra i mesi di novembre e dicembre delle ultime 3 annate (2019, 2020 e 2021) emerge come i livelli d’audience nell’autunno del 2020 (+4,4 milioni di telespettatori medi tra i mesi di novembre e dicembre rispetto al 2019) non si siano riproposti nello stesso periodo del 2021.

Passando alle variazioni di ascolti per le singole testate, se l’ultimo bimestre 2021 presenta una perdita di pubblico per tutte le edizioni, con una riduzione media di audience di 3,6 milioni di spettatori rispetto ai mesi di novembre e dicembre 2020, la comparazione con il 2019 manifesta per alcune testate un consolidamento della propria audience.  In numeri assoluti, il Tg3 registra il maggiore incremento, con una media di +300mila telespettatori rispetto alle edizioni del 2019 (+13%). Seguono il Tg5 (+200mila telespettatori medi nel bimestre) ed il Tg1 (+150mila).

A registrare il maggior decremento è stato invece Studio Aperto, che mediamente perde circa 320mila telespettatori, ossia un 42% della sua audience complessiva nel bimestre preso in esame. Rilevante anche il calo del Tg2, che dal confronto con i mesi novembre-dicembre 2019 vede una riduzione del 14% del suo pubblico, circa 180mila telespettatori. Queste tendenze si ripropongono in buona parte anche dal confronto con le audience della prima settimana di febbraio. Se quasi tutte le testate registrano un calo di pubblico, sono proprio Studio Aperto e Tg2 a perdere maggiormente rispetto al 2020 (-27% e -28%), mentre il Tg3 è la sola testata che continua a guadagnare in ascolti e pubblico (+200mila telespettatori) rispetto agli esordi del periodo pandemico.

L’invasione

Arrivando all’invasione vera e propria, la guerra irrompe sugli schermi dalla prima mattina del 24 febbraio, monopolizzando per lunghe giornate tutte le edizioni, che si sono sostanzialmente risolte nella cronaca del conflitto. Tanta partecipazione ha tuttavia comportato, inquadrandola nei termini dell’audience, solamente un modesto aumento nel pubblico serale, con una crescita media di circa 1,2 milioni di telespettatori tra la prima settimana di febbraio e quella di marzo. Tale picco d’attenzione non è durato a lungo e, con il proseguire del conflitto, l’audience è scesa, fino a riallinearsi già durante la terza settimana con i valori tipici del periodo. Esaurita la tensione iniziale prodotta dai primi giorni dell’invasione, il pubblico del prime time ha cominciato già dalla metà marzo ad allontanarsi dagli schermi.

Le linee narrative

I sei mesi dell’informazione che hanno preceduto l’invasione russa dell’Ucraina (settembre 2021-febbraio 2022) possono essere divisi in due periodi distinti. Gli ultimi mesi del 2021 (settembre-dicembre) avevano costituito un sostanziale ritorno dell’informazione “tradizionale”, con l’abbandono definitivo dei caratteri “emergenziali” della narrazione, pur dominante, che aveva contrassegnato la cronaca della pandemia. E il disinteresse verso le tensioni tra Russia e Ucraina si è riproposto fino all’ultima settimana di gennaio, quando i “venti di guerra” sono passati dall’essere oggetto di sporadiche citazioni ad occupare alcuni approfondimenti a metà edizione. L’Ucraina è rimasta comunque lontana dalle aperture fino a metà febbraio.

Prima fase: la sanificazione dell’informazione

I dati del periodo compreso tra settembre e dicembre 2021 rappresentano il definitivo assestamento delle agende dei Tg di prima serata: il tema dell’emergenza Covid-19 convive ormai con i “mondi narrativi” della cronaca e della politica.

Nel corso di questi quattro mesi, né gli allarmi delle autorità ucraine né le rivendicazioni di Putin appaiono nelle titolazioni. Uniche eccezioni, alcuni riferimenti su Tg La7, che già il 2 dicembre riprendeva le dichiarazioni del Ministro russo Lavrov sullo “scenario da incubo” che si sarebbe potuto prospettare per l’Europa.

Quanto illustrato risulta più evidente se si segue l’evoluzione, mese per mese, di queste dimensioni (cronaca, politica, e sanità), e la rilevanza dei cluster che da esse si generano rispetto al complesso della copertura telegiornalistica.

A settembre, la dimensione sanitaria rappresenta ancora una fetta importante dell’intero repertorio dei titoli dei Tg di prima serata, nello specifico il 19,8%, in funzione di temi quali la “terza_dose” del vaccino, la questione dei lavoratori “fragili” e delle politiche necessarie per una ripartenza in sicurezza della “scuola”. Tuttavia, per quanto ad essa intrecciate, le dimensioni di politica e di policy assommano un 31,1% del repertorio, abbastanza equamente suddiviso tra un dibattito largamente indipendente dall’emergenza sanitaria, focalizzato da una parte sui rapporti di forza tra partiti (“PD”, “Lega”) e leader (“Salvini”, “Meloni”), dall’altra sul mercato del lavoro (“pubblico”, “lavoratore”, “sindacato”) e il costo della vita (“bollette”, “luce”). Due “isole” completano il quadro della ripresa informativa autunnale: da una parte, il cluster dedicato alla politica estera (24,2% del repertorio dei titoli), e nello specifico alla situazione afgana (“talebani”, “Kabul”, “Panshir”). Dall’altra, la cronaca non politica, che si focalizza da un lato sulle conseguenze di lungo periodo della tragedia del Mottarone (“Eitan”, “nonno”, “Israele”), dall’altra, sul nuovo capitolo dell’eterna questione mafiosa, in cui un ruolo da protagonista spetta al processo Casamonica (“carcere”, “udienza”, “mafia”).

Ad ottobre, la dimensione sanitaria torna ad occupare una fetta importante dei titoli (38,7%). Ciò a causa di una specifica articolazione del dibattito. Alla dimensione prevalente (23,5%), che rispecchia il dibattito più tradizionale sul ruolo del “vaccino” nella contenzione del “contagio”, si affianca un cluster secondario (15,2%) dedicato alla questione “green_pass” e alle conseguenze della sua applicazione sull’ordine pubblico.

Allo stesso modo, anche la dimensione politica e di policy subisce una peculiare articolazione. Ecco dunque un cluster (15,6% del repertorio) dedicato principalmente a temi legati al costo della vita (“tassa”, “pensione”, “fiscale”), strettamente intrecciato ad un altro (15%) dedicato alla dialettica politica (“centrodestra”, “centrosinistra”), con riferimento diretto alle elezioni comunali (“ballottaggio”, “candidato”). Sopra di essi, a collegarli idealmente con i cluster sanitari, la dimensione di ordine pubblico già citata (16,6%), che riguarda le notizie relative l’assalto alla “CGIL”, le risposte del Ministro “Lamorgese”, il ruolo di esponenti dell’estrema destra coinvolti quali Giuliano “Castellino”.

Nel mese di novembre 2021 si definisce una mappa di un dibattito che si articola in tre “isole” e quattro cluster. La dimensione sanitaria mantiene un peso considerevole (33,4%). Praticamente equivalente (33,8%) la dimensione politica. “Geograficamente” separata dai cluster appena descritti si sviluppa la linea narrativa della cronaca, che occupa una porzione importante del repertorio complessivo dei titoli (32,9%) con uno dei più tradizionali cavalli di battaglia dell’informazione italiana: la “nera”, che “esplode” in occasione della giornata contro la violenza sulle donne.

A dicembre 2021, si individuano ben 6 cluster: la dimensione sanitaria è crescente (38,2%) e si articola nuovamente in due cluster praticamente equivalenti, affiancando al dibattito su “ricoveri”, “terapie” e “contagi” quello specifico di “policy sanitaria”, relativo all’applicazione del “green_pass”, alla regolamentazione sull’uso delle “mascherine”, ma anche alla “variante_omicron”.

La dimensione politica risulta minoritaria (12,9%), ma importante in quanto “snodo” dei diversi filoni narrativi dell’informazione. Essa, infatti, si intreccia non solo con i già citati cluster sanitari, ma anche con gli altri 3 cluster che completano la “geografia” dell’informazione di fine anno. La cronaca (16,3%), che comprende in un unico cluster questioni questa volta molto differenti, dal “viaggio” del “Papa” a Cipro e in Grecia alla tragedia sul lavoro causata dal cedimento di una “gru” a “Torino”.  Infine, un cluster che riguarda la scarcerazione di “Zaki” (16,8%).

Seconda fase: crisi scaccia crisi

I dati relativi ai primi tre mesi dell’anno 2022 segnano inevitabilmente il ribaltamento della focalizzazione informativa, che si libera della persistente centralità dei temi Covid-related solo per cedere il passo a un nuovo trigger event, la crisi ucraina. Questa trasformazione non è stata frutto di un passaggio graduale, ma può venir ricondotta ad una data specifica: quella del 12 febbraio, quando – con la crisi dei rapporti tra Russia e Stati Uniti – le tensioni tra Mosca e Kiev entrano a pieno titolo nelle agende del prime time.

Il mese di gennaio costituisce di fatto il termine dell’onda lunga dell’informazione Covid-centered, L’attenzione si sposta verso argomenti slegati dalla pandemia: in particolare con la corsa al Quirinale. A questa dimensione prettamente politica (29,4%), si affianca la linea narrativa dei titoli di cronaca (26,1%).

A febbraio, la dimensione sanitaria dell’informazione telegiornalistica mantiene la sua influenza su una percentuale non indifferente del repertorio dei titoli (29,5%), mentre il 30,5% del repertorio, comincia ad essere dedicato ai temi che la crisi Ucraina porta con sé: alla dimensione del dibattito che possiamo definire geopolitica (e che passa in rassegna le minacce della “Russia” e le possibili contromossa, da parte dell’“Europa”, per un 20,4% del repertorio) si affianca quella dal campo (che porta i telespettatori a sviluppare una certa familiarità con la regione del “Donbass” e con il nome del premier ucraino “Zelensky”, per un 10,1% del repertorio). Ne segue un altro, importante, cambiamento comunicativo: l’Ucraina, che in gennaio figurava come l’oggetto del contendere tra le superpotenze, diventa nel corso di febbraio un soggetto comunicativo autonomo, e soprattutto di una forte vocazione europeista.

Nessuna delle narrative relative alla pandemia e alla guerra, prese singolarmente, riescono tuttavia a sopravanzare quella dedicata alla politica (23,8%), spinta dalla rielezione di “Mattarella” al Quirinale ma anche dall’ammissibilità dei quattro “Referendum” sulla “giustizia” promossi da Lega e Radicali. Infine, molto spazio (16,2%) è dedicato a questioni di policy, e in particolare alle nascenti preoccupazioni per il “caro_bollette”, ancora legato alla sola dimensione dell’aumento dei prezzi delle materie prime e non alle conseguenze della crisi russo-ucraina.

Da 24 febbraio al 31 marzo la narrazione della guerra ha reclamando il 98% delle aperture, occupando complessivamente oltre i due terzi delle titolazioni: solo 6 volte nel corso di marzo il Tg di prime time non hanno aperto sulla situazione in Ucraina. Con il 70,7% del repertorio dei titoli che si concentra sul nuovo trigger event, è possibile distinguere entro questa nuova monopolizzazione informativa quattro linee narrative differenti ma leggibili nei termini di due macro-filoni. Il primo riguarda la dimensione geopolitica, che l’informazione italiana distingue in una prima linea maggiormente legata al ruolo dell’America di “Biden” e agli scenari che vedono l’impiego di armi “chimiche” (18%,) e in una seconda linea che inquadra piuttosto il “negoziato” tra “Zelensky” e “Putin” nel quadro delle iniziative diplomatiche europee (16,6%). Il secondo macro-filone concernente la nuova emergenza informativa riguarda la dimensione più propriamente militare della crisi, e a sua volta si biforca in una linea narrativa dal campo (che riporta la cronaca da “Mariupol” piuttosto che da “Kharkiv”, 20,1%) e in una linea narrativa focalizzata sulla dimensione umanitaria della crisi (e in particolare sulla fuga di “donne” e “bambini” dai teatri di guerra, 16%).

In questo nuovo quadro informativo, il coverage relativo alla dimensione sanitaria non sparisce, ma mantiene un peso parti al 13,6% del repertorio, contenuto in termini assoluti ma importante in un’economia dell’attenzione che solo per il 29,3% si occupa di questioni estranee alla crisi ucraina, e sempre da metà edizione.

Nel mese di aprile la crisi russo-ucraina rappresenta il 72,2% dei titoli dei Tg del prime time, e genera ben 5 cluster diversi. Il più consistente (17,8%) riguarda la diffusione delle notizie sulla strage di civili compiuta a “Bucha” e la condanna espressa dalle maggiori autorità internazionali. Segue (15,6%), la linea narrativa dedicata all’azione diplomatica, centrata sul tema delle “sanzioni” e sul braccio di ferro per il controllo di “gas” e “carbone”, sul ruolo dell’“ONU” e dell’“Unione_Europea”. Strettamente intrecciato il cluster (13%) relativo alle reazioni oltreoceano, al ruolo del Presidente “Biden”, alle ipotesi sull’opzione “nucleare” e – significativamente – alla possibilità che “Finlandia” e “Svezia” entrino nella NATO. Ancora importante (25,6% del repertorio) il ruolo della cronaca di guerra, che genera due cluster distinti ma ancora una volta intrecciati, uno dei quali (13,2%) interamente dedicato ai destini del battaglione “Azov” asserragliato nell’“acciaieria” di “Mariupol”.

Lo spartiacque

Il mese di maggio segna uno spartiacque in questa seconda crisi dell’informazione televisiva, evidenziando un improvviso calo dell’attenzione nei confronti del conflitto (45,1%). La narrazione bellica va a comporsi di due soli cluster, uno dedicato al negoziato (21,9%) e dello scontro tra i due protagonisti assoluti della crisi russo-ucraina, “Putin” e “Zelensky”; l’altro che prosegue quella che potremmo chiamare la saga di Mariupol (23,2%). Scompaiono invece i riferimenti ai profughi e all’accoglienza.

Lo studio completo

Foto di Dim Hou da Pixabay

Shares