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Referendum: il coraggio di scegliere

di Paolo Speciale

C’è chi dice che la riduzione del numero dei parlamentari in Italia, oggetto di disquisizione primaria in questi giorni a causa della imminenza del referendum costituzionale, in caso di vittoria del sì, non farà altro e soltanto che determinare l’impossibilità a candidarsi per chi pensava di potercela fare, magari con un pizzico di fortuna; si tratta insomma di una mera, maggiore ed un po’ più rigorosa selezione dei candidati che le segreterie dei partiti sono chiamate ad operare.

C’è poi chi ritiene che nessun costituzionalista degno di questo nome possa sostenere con sincera convinzione l’equazione “meno seggi = meno rappresentanza politica”, seppur ricordando che quest’ultima deve sempre riferirsi alla nazione, in senso lato.

Un taglio chirurgico, qualcun altro ha detto, per contrastare una spesa pubblica eccessiva che nella fattispecie è solo foriera di privilegi, in barba proprio a chi tali privilegi legittima con l’esercizio del voto.

Sin qui tutti ( o quasi) sostenitori del “sì”.

I paladini del no, la maggior parte dei quali ritiene inutile ed anzi dannosa la riduzione degli eletti senza attivare al contempo altre modifiche costituzionali connesse e correlate, si appellano invece sostanzialmente alla inopportunità, se non addirittura alla pericolosità per la democrazia, di portare a circa due terzi dell’attuale le risorse umane destinate all’attività legislativa; preferiscono poi contenere più o meno sensibilmente la spesa pubblica intervenendo più efficacemente in altri settori o, anche, proprio rideterminando le attuali indennità dei deputati e senatori; infine. Alcuni di essi non riescono più a comprendere chi dopo questa consultazione possa rimanere o diventare parte lesa da tutelare, con ciò sostanzialmente tradendo, in fin dei conti, il loro ruolo storico tradizionale di riformisti/progressisti, individuabile in certa sinistra o in ciò che di essa oggi è rimasto.

Ecco allora come di colpo lo scenario diventa per l’elettore altamente e tristemente desolante ( ma chissà che anche questo non faccia parte parimenti del rinnovamento!).

Infatti, eccezione fatta per alcuni scenari politici locali, senza voler essere noi stessi conservatori tornando a sposare o ad avere come riferimento il quadro partitico nazionale attuale, ora ci troviamo di fronte a due schieramenti: da una parte un centro destra conservatore che con il proprio sì al “sì” costituisce paradossalmente l’elemento di “rottura” rispetto alla continuità affine ai privilegi ed alla spesa incontrollata, sin qui presente; dall’altra, un centro sinistra un tempo in parte eclatante e promotore di riforme che all’epoca si definirono addirittura “personalizzate”, con il Renzi di due anni fa Sindaco d’Italia, che invece oggi fa proprie inspiegabilmente dottrine manifestamente attribuite dalla storia a “prudenti”, ma non solo, forze conservatrici, notoriamente affini, per ruolo e per ideologia, al mantenimento dell’ordinamento attuale e delle chiusure avverso riforme di qualsiasi genere.

Sembra che ciascuno voglia approfittare di questa ulteriore occasione di democrazia diretta per acquisire quanti più consensi possibile, avendo però perduto il coraggio dei propri intendimenti ideologici, mortificando così ancora una volta la propria identità e disorientando irresponsabilmente l’elettore. Perché se è vero come è vero che maturità e crescita ideologica sono anche figlie del saper rinnegare il proprio passato, è altrettanto vero che di certi passati manifestamente impregnati di certi altri valori chiave che tuttora costituiscono le fondamenta del nostro ordinamento democratico non ci si può svestire di colpo e temporaneamente per un referendum che, ricordiamo, è di genere “confermativo” e non necessita di quorum per produrre efficacemente i suoi effetti.

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