L’editoria riparte dai social, ma non in Italia

Se all’estero l’editoria si asciuga le lacrime e “scopre” dove si trovano i lettori – nei social -, in Italia si dibatte, nervosamente, sulla sopravvivenza della carta stampata con un solo obiettivo: ottenere aiuti e interventi pubblici. A qualsiasi livello, stampa nazionale e stampa locale. Tutti uniti. Anzi, tutti per tutti. Perché forse in fondo lo sforzo della sopravvivenza senza aiuti dall’alto (o dall’altro) richiede investimenti. Sia in termini di risorse economiche che di idee e di fatica. E, ancor di più, richiede competenze e specializzazioni che “esulano” dal ruolo e dai compiti di un giornalista tradizionale e tradizionalista.

Oggi su La Stampa, leggo Christian Rocca che si occupa del caso del settimanale britannico Economist. Si legge in un passaggio:

L’Economist ha dieci giornalisti che si occupano di social media, più altri dieci redattori che tra i loro compiti hanno anche quelli di partecipare alla distribuzione social dei contenuti. La strategia è diversa per ciascuna piattaforma, l’obiettivo però è lo stesso: aumentare il traffico al fine di convincere i lettori ad abbonarsi“.

Ho già sentito un urlo provenire dalle redazioni. “Che abominio”, sentenzieranno alcuni colleghi. Eppure parliamo di una rivista che è stata fondata qualche annetto fa, nel 1843. Oggi grazie all’uso dei social raggiunge lettori teenager e ventenni. E lavora agli abbonamenti. Ma non è l’unico caso. Nell’articolo di Rocca si possono conoscere esempi di altre testate che fanno i conti con ricavi e flussi in crescita.

Come si salva l’editoria, solo con i social?

Non certo facendo tutti i social media manager. Né, tanto meno, postando foto di gruppo sul proprio profilo o pagina Facebook, o ancora peggio stories autoreferenziali su Instagram, credendo di fare azione di “incoming” per la testata per cui si lavora. Il giornalista resta giornalista. Trova la notizia, l’approfondisce, scrive. Il giornalista è il produttore di contenuti. Il core business centrale di una redazione oggi non è la quantità di notizie prodotte ma la qualità dell’informazione.

Accanto a questo c’è l’azione sui social. Un’azione che deve essere condotta dalla stessa categoria di persone. Dai giornalisti che, tuttavia, devono acquisire competenze e specializzazioni informatiche. E che, dalla loro parte, possono contare sulla conoscenza di regole e di norme, di deontologia e di senso della notizia. Perché solo abbandonando titoli sensazionalistici e banali tentativi di click baiting le testate potranno recuperare credibilità e autorevolezza. E solo così sarà possibile convincere il lettore che l’abbonamento alla testata è indispensabile, per conoscere e per esserci.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

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Giovanni Villino

Giornalista professionista. Appassionato di new media e sostenitore del citizen journalism. Lavoro per Tgs, emittente televisiva regionale del gruppo editoriale Giornale di Sicilia. Sono il direttore responsabile di Redat24.com