Diamoci da fare: apriamoci un giornale. Anzi no, un service

Il contenuto è Re. E le testate giornalistiche vendono contenuti. Esclusive, reportage, analisi, opinioni, commenti, focus sono, quindi, una merce pregiatissima. Sono, in teoria, frutto di un lavoro intellettuale, di approfondimento, di studio. Di un lavoro che porta con sé anche rischi per chi materialmente li produce: da quelli personali a quelli patrimoniali. I contenuti sono così importanti da essere decisivi pure per la stessa vita democratica di un Paese. Sì, perché questi contenuti hanno il compito di informare.

Il giornalista ha una Carta dei doveri che recita:

Il giornalista difende il diritto all’informazione e la libertà di opinione di ogni persona; per questo ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti.

Pur essendo tutto così evidentemente banale, c’è qualcosa che, almeno nell’ultimo ventennio, si è rotto. Una falla si è creata nel meccanismo che si occupa di sistemare i banconi per la vendita di queste notizie. C’è chi ha vetrine di carta, chi a led e chi sotto forma di frequenze radio o tv. E la merce è sempre meno venduta. Perché? Ma se la trovo “a gratis” digitando un indirizzo sul browser o, ancora meglio, aspetto che mi spunti qualche notifica di qualche quotidiano mentre “scrollo” l’app di Facebook…

Perché mai devo spendere quei soldi per un giornale?

Ecco, in questa stessa domanda c’è la risposta a buona parte dei problemi. Giornalisti ed editori dovrebbero chiedersi, quotidianamente, perché i lettori dovrebbero pagare per l’informazione che forniscono… La chiusura di edicole, la rete di distribuzione inefficiente, Internet… possono essere delle inezie.

Oggi è più che mai necessario creare un prodotto per cui la gente è motivata a spendere, anche quei pochi spiccioli. E lo farà se la cosa vale. Pensiamo per un secondo a quante realtà ci sono in giro, anche abbastanza inutili, che la gente compra. Lo fa per moda, per necessità, perché è importante avere tra le mani quel determinato prodotto o oggetto. Ma lo fa.

Ecco i quotidiani devono tornare a vendere quel pane (l’informazione) che sono capaci di sfornare come nessun altro. Non me ne vogliano i sedicenti portali di “dis”-informazione. Ma per comprendere leggi, provvedimenti, temi legati alla salute, fatti di cronaca, politica, economia… occorrono conoscenze e rispetto per le regole (la famigerata deontologia). Lungi da me il fare qui un discorso corporativistico (anche se non ci troverei nulla di scandaloso nel farlo). Ma quando vado a leggere un articolo su un blog, la prima cosa che faccio, prima di perder tempo fino alla fine del post, è comprendere chi è l’autore e che competenze ha. I bluff sono sempre dietro l’angolo. Ma almeno si cerca di evitare il peggio.

Il processo di disintermediazione che sta travolgendo tutto (pensate ad assicurazioni, agenzie di viaggi…) non può essere esteso a tutto in modo indiscriminato. Immaginate un campo come quello medico… Ci sono figure professionali destinate a sopravvivere anche alla temibilissima “jobless society”.

Oggi a chi è affidata la produzione di contenuti?

Un esercizio semplice è quello di ritagliare gli articoli di un giornale e dividerli in tre gruppi: notizie prodotte dalla redazione, notizie rimaneggiate dai comunicati stampa, notizie di agenzia. Prendendo una bilancia di precisione ci si potrebbe accorgere del diverso peso che l’informazione ha all’interno di un quotidiano. Dopo di ciò vale la pena chiedersi: io comprerei questo prodotto?

Spesso nei meccanismi di produzione dei contenuti ci sono aspetti molto complessi. A partire dalla situazione contrattuale. Partiamo da una banale constatazione: il numero dei giornalisti assunti all’interno di realtà editoriali – come quotidiani cartacei, tv, radio e siti internet – è di gran lunga inferiore a quello dei cosiddetti freelance. Parlano le cifre. Andando a spulciare il rapporto Lsdi 2017 viene fuori un quadro desolante: il 65,5% dei giornalisti italiani è un libero professionista, ma otto freelance su dieci dichiarano meno di diecimila euro l’anno. Su 50.674 giornalisti attivi iscritti all’Inpgi nel 2015 i giornalisti dipendenti sono 17.486 (il 34,5%). Questi ultimi sono, con sempre maggiore frequenza, destinati ad un lavoro di impaginazione. La figura dei cronisti contrattualizzati va man mano scomparendo. Un nonsense sotto certi punti di vista… il giornale in fondo vende le produzioni dei cronisti. Ma c’è la crisi… e, quindi, come per magia si crea un bacino di inesauribile produttività: i freelance.

La categoria poco free e molto “have to give”

Parliamo di una categoria che di “free”, paradossalmente, ha ben poco. Sì, perché a differenza dei liberi professionisti, i giornalisti con partita Iva o ritenuta d’acconto non dettano alcuna condizione al mercato. I prezzi delle loro prestazioni – gli articoli o i servizi – sono imposti dal committente. O ti va bene e resti, o vai via. All’interno di questa nebulosa chiamata freelance ci sono precari storici, una pletora di pubblicisti in attesa di un futuro da professionista, e professionisti che sopravvivono di collaborazioni. I dati sulla povertà della professione sono allarmanti. Nel 2015 più di 8 lavoratori autonomi su dieci (l’ 82,7%) dichiaravano redditi inferiori a 10.000 euro annui, mentre la retribuzione media ha registrato un lieve calo, passando da 11.451 euro del 2014 a 11.241 nel 2015 (meno 1,8%). Questi dati elaborati dal rapporto Lsdi 2017 fanno luce su una professione sempre più in mano a poche grandi realtà che sono in grado di garantire livelli salariali dignitosi e contratti. Per il resto si scende in un terreno assai insidioso.

Il service a… domicilio

Ultimo trend sono i service. Basta cercare su Google “service giornalistici” e ti spuntano migliaia di realtà. Ci sono delle appendici di grandi poli editoriali che operano in regime di dipendenza-non dipendenza. Ci sono quelli che forniscono servizi i per quotidiani. E quelli che danno approfondimenti o, in alcuni casi, si occupano della redazione di pagine o dell’impaginazione di siti web.

Fino a qualche tempo fa nascevano testate on line a raffica. Molti giornalisti aspira(va)no ad avere la propria testata. Il fascino della figura una e trina (editore, direttore responsabile, cronista) aveva conquistato molti. Tuttavia, malgrado i sogni, la realtà è fatta da regole e costi. E così, dagli adempimenti fiscali a quelli previdenziali sino ad arrivare alla bolgia legata alle normative sulla privacy… il dubbio che forse non tutti sono nati per essere editori sorge.

Che fare, quindi? La formula magica non c’è. Ci sono delle domande cui vanno trovate delle risposte. Da un lato ci si deve chiedere perché un lettore debba acquistare il proprio quotidiano, o cartaceo o attraverso paywall. Dall’altro ci si deve orientare alla produzione di contenuti originali e di interesse pubblico. Immaginare di mettere in piedi service per avere la parvenza di un impiego, sapendo che la vita dello stesso service sarà costellata da rinnovi al ribasso, significa caricare il fucile a chi poi ci sparerà. Per necessità, e per virtù.

In fondo il futuro sembra essere già tracciato, basta unire i puntini…

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Giovanni Villino

Giornalista professionista. Appassionato di new media e sostenitore del citizen journalism. Lavoro per Tgs, emittente televisiva regionale del gruppo editoriale Giornale di Sicilia. Dirigo Redat24.com

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