Carta stampata e… da leggere

Ovvero come riuscire ad attraversare il mare del cambiamento

Oh, tenera carta stampata. In principio furono i lenzuoli a nove colonne. Distesi davanti al petto, erano il segno evidente che chi li sosteneva con le due mani stava compiendo quel rito quotidiano conosciuto come preghiera laica del cittadino. Le braccia leggermente piegate e quelle scosse alterne per tenere in piedi le estremità in alto delle pagine, scandivano il tempo della lettura. Poi ci fu l’avvento del modello tabloid. E così la lettura divenne più agile e il quotidiano facilmente sostenibile e più “trasportabile“. Dalla forma si è passati al contenuto. Dal dominio delle colonne fitte di parole si è passati a foto ampie. Addirittura, in una certa fase, predominanti rispetto al testo. Poi è stata la volta dei grafici, oggi mutati in infografiche. Tutto questo sotto l’occhio sempre meno attento del fruitore finale: il lettore.

E’ vero: tutti siamo dotti, medici e sapienti quando è ora di dispensare consigli. Tuttavia in certi ambiti nessuno può dire cosa sia giusto o meno. E un minuscolo suggerimento può costituire la chiave di volta. Non c’è al momento una formula magica per poter determinare il successo di una testata giornalistica che popola, sempre con meno copie, gli scaffali polverosi delle sempre più sparute edicole.

Quello che di certo abbiamo oggi davanti è un mercato editoriale asfittico, privo di stimoli e con molte incertezze. Tre le principali criticità:
– una spaccatura interna alla professione giornalistica tra stabilizzati e precari, contrattualizzati e collaboratori.
investimenti sempre meno frequenti per aggiornamenti e nuovi progetti
– carenza di supporti e risorse economiche adeguate

tempo orologio

La svolta parte dal ritorno al passato
Se per certi versi sembra un po’ la storia del cane che si morde la coda, resta comunque un problema – e non di poco conto – la sostenibilità economica delle imprese editoriali. Per i quotidiani cartacei il futuro, o meglio una chance, sembra ancora esserci. Anche se nel lungo periodo sarà inevitabile la muta.  Tutto questo al netto delle oniriche visioni di Jeff Bezos:
«I giornali di carta resisteranno. Certo, sono destinati a diventare esotici. Un po’ come avere un cavallo. Non si tiene per il trasporto, ma perché è bellissimo. Arriverà qualcuno, vedrà un giornale di carta e dirà: “Wow! Posso provarlo?”».
Oggi sfogliando un quotidiano rimaniamo spesso colpiti dal fatto che le notizie che andiamo a leggere hanno almeno 24 ore di vita. Faccio riferimento, nello specifico, ai cosiddetti resoconti di cronaca. Tutto questo rende già meno appetibile un prodotto che dobbiamo pagare. La cronistoria di un fatto, i particolari di un determinato fatto sono facilmente reperibili in rete. Una domanda retorica che suona quasi come un mantra è: perché spendere poco meno di due euro a fronte di un prodotto che posso avere gratuitamente in rete?
La notizia d’agenzia compare allo stesso modo su una copia cartacea così come su un supporto digitale. La discriminante: il costo. A questo punto due doverose precisazioni:
  1. L’informazione va pagata. Faccio riferimento all’approfondimento, all’opinione e a tutti i “servizi collegati”. Questi devono essere pagati anche in rete. Se da una parte io come testata autorevole punto a darti una notizia – gratuitamente – macinando tutti sul tempo. Dall’altra ti chiedo di pagare per un approfondimento su quella stessa notizia, sia essa di cronaca, politica, economia, sport… insomma io testata devo diventare nel tempo il riferimento del lettore che può contare sull’immediatezza, sull’autorevolezza, sull’imparzialità e, soprattutto, su firme di professionisti, competenti e specializzati.
  2. Non possiamo continuare a guardare il dito e non la luna. Ci troviamo nel pieno di un cambiamento epocale che sposterà tutto su supporti digitali. La carta stampata andrà quindi verso un quasi definitivo esaurimento. Inutile fare l’Hiroo Onoda, l’ultimo giapponese, del giornalismo cartaceo. Il passaggio è segnato dall’avanzamento tecnologico e dai conseguenti mutamenti sociali. Negarli sarebbe un nonsense privo di ironia.
Non tutto è perduto
In questa fase di transizione – per necessità e per virtù – occorre quindi ripensare nuovi modelli di giornale. Quei fogli che ancora oggi troviamo in edicola devono coltivare firme e approfondimenti. Io compro un quotidiano non per avere la notizia ma per comprenderla. A che mi serve sapere ciò che ho anche appreso dalla tv, così come dalla rete? Per quale motivo devo ancora versare un obolo quotidiano?
Certo, a parole è tutto molto semplice. Ma nei fatti, forse, lo è ancora di più. Immaginiamo una redazione come un collettivo in cui si pensa. Col tempo si sono sempre più rarefatte le riunioni tra i componenti dei diversi settori con l’illusione di accelerare il ciclo produttivo. Eppure si è notevolmente impoverito il confronto, lasciando nelle mani di pochi la fattura dello stesso giornale. Oggi all’interno delle redazioni non c’è bisogno solo di abili deskisti. Forse è finalmente (ri)tornato il tempo di penne brillanti, mosse da menti competenti e specializzate.
Forse la vera grande domanda che dovremmo porci noi, addetti ai lavori, è: ma cos’ha il lettore diverso da noi? Cosa facciamo al suo posto?
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Giovanni Villino

Giornalista professionista. Appassionato di new media e sostenitore del citizen journalism. Lavoro per Tgs, emittente televisiva regionale del gruppo editoriale Giornale di Sicilia. Dirigo Redat24.com

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