Il tempo delle scelte

C’è un tempo per ogni cosa. E anche per l’editoria è arrivato il tempo delle scelte. In ballo c’è la sopravvivenza. Il trascinarsi tra l’incertezza di un sostegno economico pubblico e il ribasso del costo del lavoro sembra essere arrivato ad un triste traguardo: il ridimensionamento delle grandi realtà editoriali. Un ridimensionamento che tocca anche le risorse umane e  che si fonde – tra causa ed effetto – nella diminuzione di vendite e nel crollo di investimenti pubblicitari. Il tutto scandito dall’ennesima apertura di un quotidiano on line generalista che raccoglie goffamente contatti.

Alcuni teorici della jobless society sostengono che tra le figure professionali ormai prossime all’estinzione ci siano proprio i giornalisti. Proprio così, l’era della disintermediazione ha travolto anche la nobile e sacra figura del giornalista. Ma siamo certi che le cose stiano davvero così?

Negli ultimi anni i colossi come Google e Facebook hanno portato avanti una politica di accreditamento nei confronti di giornalisti ed editori. Lo hanno fatto per necessità – la questione aperta della diffusione dei contenuti  – ma anche per virtù. Il giornalista non è un semplice content editor. Oggi ci sono svariati software  e algoritmi in grado di produrre contenuti. Il giornalista si muove sulla base di fondamenti deontologici che è bene ricordare:


Queste belle parole – e lo dico senza ironia – definiscono un professionista in grado di generare per una testata giornalistica – sia essa cartacea o digitale – contenuti di qualità. Contenuti frutto di un lavoro di ricerca, di critica e di conoscenza. Contenuti per cui l’utente finale giustificherebbe il costo di quel servizio informativo.

Il dito e la luna

Cosa stanno osservando da qualche anno a questa parte gli editori? Osservano il dito. Grandi e piccole imprese editoriali puntano a salvare lo status quo ante a tutti costi. E non parliamo solo della carta stampata ma del modello stesso che sta alla base, ancora oggi, di un quotidiano. La luna è il presente. Siamo dentro ad una fase di profondo cambiamento. Stiamo vivendo la transizione verso nuovi modelli informativi e di business. Ma abbiamo anche gli strumenti per potere interpretare e – concedetemi il termine – decriptare questa fase. E’ senza dubbio un lavoraccio che non ha formule magiche. Un lavoro che impone a editori e giornalisti uno sforzo superiore.

Tutto questo spirito di cambiamento si argina con argomentazioni che spaziano dal carattere approssimativo della Rete al suo essere un mellifluo generatore di idiozie, sciocchezze, inezie…  In realtà nella strada che ogni giorno percorriamo per andare al lavoro troviamo la bottega del sarto e l’osteria, il barbiere e il fruttivendolo, lo studio professionale e l’ambulatorio. Ogni spazio con al suo interno codici di linguaggio e comportamento diversi e riconoscibili. Il web ha messo tutto dentro, dando pari potenzialità a tutti – persone e contenuti. E ci ha “costretti” (?) ad attraversare luoghi che mai avremmo pensato di frequentare. E proprio per questo il lavoro giornalista oggi è fondamentale. Per discernere fake news da notizie, per difendere la libertà di espressione e di critica, per fare da cane da guardia del potere (e non il cane da compagnia). Il giornalista, insomma, non cambia il suo metodo. Il lavoro di verifica dei fatti, così come la ricerca di fonti resta identica. Oggi ci sono nuovi strumenti. E su quelli vanno basate competenze e specializzazioni di una professione forse più che mai importante. E su cui i nuovi modelli editoriali vanno costruiti.

Come diceva un tale “Content is King“.

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Giovanni Villino

Giornalista professionista. Appassionato di new media e sostenitore del citizen journalism. Lavoro per Tgs, emittente televisiva regionale del gruppo editoriale Giornale di Sicilia. Dirigo Redat24.com

2 pensieri riguardo “Il tempo delle scelte

  • 8 maggio 2018 in 5:08 AM
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    Penso che i giornalisti siano diventati pigri col tempo.
    E il no al web sia solo un’astuta alibi

    Risposta
  • 8 maggio 2018 in 6:34 AM
    Permalink

    Non sono d’accordo. La colpa non è degli editori ma dei giornalisti.

    Risposta

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